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Recensione: Omicidio a Whitehall, di Sarah Pinborough

Siamo alla fine del 1800 e a Londra si vivono dei mesi di puro terrore: Scotland Yard rinviene nel quartiere povero di Whitechapel e dintorni dei cadaveri di donne orrendamente mutilati, su cui l’assassino ha infierito con particolare accanimento. Presto la stampa riceve una lettera da parte di un anonimo che rivendica questi brutali omicidi, firmandosi Jack lo Squartatore.

Durante le indagini è particolarmente importante il contributo del dottor Thomas Bond, medico legale, il quale, mediante l’esame dei cadaveri – o di ciò che ne è rimasto – fornisce importanti informazioni sull’assassino alla polizia londinese, che brancola nel buio. Ed è proprio attraverso i racconti del dottor Bond che veniamo a conoscenza di questi atroci crimini, che fanno sprofondare l’intera città in un clima di terrore e sospetto, sicuramente enfatizzato dall’atmosfera fumosa e nebbiosa tipicamente londinese che permea questo romanzo.

C’era una certa malignità nell’aria. Alla luce del sole avrei potuto ridere di tutto ciò, ma in quel momento, sotto la morsa della notte, quella sensazione era quasi palpabile. Ciò che mi turbava non era la frequenza di quelle morti, dal momento che gli omicidi erano sempre stati una caratteristica di Londra, ma la natura di quei delitti: il loro intento. Avvelenamenti, strangolamenti e adesso Jack.

Bond, suo malgrado, è costretto a respirare quest’aria malsana, che causa il ripresentarsi della sua insonnia acuta a cui tenta di porre rimedio con l’oppio, recandosi nelle fumerie dei quartieri più degradati con abiti trasandati per non dare troppo nell’occhio. Il dottore, nonostante gli effetti della droga e la stanchezza cronica dovuta alla mancanza di sonno, intuisce che quelle donne non siano state tutte assassinate per mano di quel Jack che sta terrorizzando Londra, ma che alcune siano vittime di una seconda persona, che Bond ritiene abbia una sufficiente conoscenza dell’anatomia umana e che non sia spinto da raptus improvvisi, ma che uccida per un preciso motivo, smembrando le sue vittime con una certa perizia.

Nella sua ricerca della verità e nel tentativo di liberarsi da un sempre crescente senso di oppressione, il dottor Bond sarà affiancato da Aaron Kozminski, un giovane barbiere polacco con sangue ebreo, che ha ereditato da sua nonna materna la capacità di avere delle visioni, in questo caso particolarmente terrorizzanti, e da un prete misterioso e inquietante, con un braccio atrofizzato, che svelerà ad Aaron e al dottor Bond la vera origine di tutto quel male, talmente antico e profondo da non poter essere nemmeno scalfito dall’amore. Ed è proprio a questo punto che la storia migliora nettamente, diventando molto più appassionante.
Devo dire la verità: la prima metà del libro non mi ha fatta impazzire, anzi. Certo, è pur sempre la versione romanzata di omicidi realmente avvenuti, l’autrice non si risparmia dettagli macabri e cruenti, c’è qualche momento da brividi qua e là, ma niente che fosse davvero originale e accattivante, perlomeno nel modo di raccontare la vicenda. Stavo quasi iniziando a preoccuparmi, dopo qualche giorno di lettura molto poco entusiasmante, finché… la svolta: da un mediocre e a tratti soporifero giallo, il libro si trasforma in un thriller/horror che ha iniziato a farsi divorare fino all’ultima pagina, grazie all’entrata in scena dell’elemento sovrannaturale, che mi ha vagamente ricordato I diari della famiglia Dracula di Jeanne Kalogridis, perlomeno nello stile dark e gotico.

In sintesi: libro godibile, una volta superato lo scoglio iniziale, che permette di conoscere qualche aspetto della vera vicenda di Jack lo Squartatore e di godere ancora una volta delle atmosfere della Londra vittoriana (il che, almeno dal mio punto di vista, non guasta di certo).

Il mio voto:

Maria Teresa Mazzoccoli

Titolo: Omicidio a Whitehall
 Autore: Sarah Pinborough
 Casa editrice: Fanucci
 Pagine: 331
 Prezzo: euro 14,00