Il mondo dei TipiTondi di Tunué

Che i fumetti siano roba da bambini è un pregiudizio ormai anacronistico. Ma è innegabile che bambini e fumetti abbiano un legame speciale.

Dai primi del 1900 in poi, quindi, il fumetto è popolato di personaggi bambini. Ma il loro ruolo con il tempo si è arricchito di sfumature: non sono solo un pretesto per mostrare le falle del mondo degli adulti, sono anche la chiave per redimerlo. La loro innocenza si connota come sensibilità pura, amore incondizionato per la vita e assenza di preconcetti. Sono bambini “spregiudicati”, ma in senso etimologico. I Tipitondi, specialmente quelli dedicati ai lettori più giovani dai 6-7 anni in su (prendendo con le pinze qualsiasi indicazione d’età, perché ogni lettore è un mondo a sé) mettono in scena spesso e volentieri questa “spregiudicatezza”.

Ci sono bambini che trasformano la realtà semplicemente vivendola, perché hanno un animo così candido da mettere in crisi tutto quello che potenzialmente lo minaccia. È il caso delle protagoniste di Mamette (Nob), Momo (Garnier e Hotin) e Viola Giramondo (Radice e Turconi), degne sorelline di PollyannaHeidi e delle bambine de Il mio vicino Totoro e di Pioggia di ricordi (entrambi film dello Studio Ghibli).

Ci sono bambini che provano a difendere il loro mondo dai cattivi, chiedendo aiuto agli amici oppure scoprendo in sé un insospettabile potere. Come i protagonisti de La notte dei giocattoli (Maraini e Gud), Timothy Top (Gud) e Octave (Chauvel, Alfred e Walter), piccoli eroi forse un po’ meno avventurosi dei Goonies ma simili a loro per la forza con cui non accettano le ingiustizie.

Infine, ci sono i bambini terribili, che agiscono secondo l’istinto e che con la loro incontenibile energia scombussolano la quotidianità che gli adulti vorrebbero piana e ordinata. Secondo lo schema inaugurato dai Katzenjammer Kids, i registi delle gag sono personaggi che agiscono almeno in coppia: un bambino e un diavolo custode ne Il piccolo Pierre, storie disordinate (Mastantuono e Intini), una bambina e una cagnolina in Claire e Malù (Tauro e Karicola), le quattro figlie femmine di Dad(Nob). Il risultato sono piccole catastrofi degne degli scanzonati intrecci di Topolino, battibecchi paradossali come in Get Fuzzy (la striscia di Conley), spaccati familiari bislacchi a metà tra i Malaussène di Pennac e i Robinson.

Quando il fumetto incontra la fiaba, nascono Tipitondi un po’ specialiAurore (Fernandéz), L’uomo montagna (Gauthier e Fléchais) e Il fiore della strega (Orlandi), pur essendo storie nuove e originali, hanno il sapore di leggende antiche. Non a caso, tutti e tre concordano con lo schema combinatorio della Morfologia della fiaba di Propp – l’eroe vittima che deve suo malgrado trovare una soluzione al problema, l’eroe cercatore che parte per soccorrere un familiare, il magico aiutante che interviene nei panni di un animale parlante…

La principessa che amava i film horror (De Santa, Mocci e Grigoli) ha invece un taglio diverso. Qui gli stereotipi raccolti intorno alla figura tradizionale della principessa sono ribaltati in un’immagine più realistica e non sempre gradevole, a volte cinica come la bambina filosofica di Vanna Vinci, in sintonia con un’epoca in cui alle bambine è riconosciuta la libertà di essere ribelli anziché beneducate. Ne Le due metà della luna (Rocchi e Carità) e Atlas e Axis (Pau), invece, l’atmosfera fiabesca si contamina. Come ne Il vento tra i salici(Grahame), i protagonisti sono animali antropomorfi. Ma la favola sporca di realismo all’interno di scenari che, pur essendo immaginari, rispondono alle logiche del lavoro e della guerra. Il fiabesco ha lasciato il posto al fantasy.

E così si arriva ai classici a fumetti, quelle letture che spesso gli adulti propongono ai ragazzi, soprattutto a quelli che “non amano leggere”. I classici dei Tipitondi compiono un’operazione simile alle pulizie di primavera, grattano la superficie senza modificare l’essenza della storia originale. Le avventure di Tom Sawyer (Istin e J. e M. Akita), Oliver Twist (Dauviller, Deloye, Merlet e Rouger), Pinocchio (Chauvel e McBournie) e Il giro del mondo in 80 giorni (Dauviller e Soleilhac) hanno uno stile fresco e moderno. Il mago di Oz (Chauvel e Fernández) enfatizza la visionarietà di Frank Baum. Anche I figli del capitano Grant(Nesme) punta alla spettacolarità, calando i protagonisti, che qui diventano felini antropomorfi, in un’atmosfera da film d’avventura rétro (stile Gli ammutinati del Bounty), e ottenendo un risultato di cui Jules Verne andrebbe fiero. “Il giorno in cui un bambino si rende conto che gli adulti sono imperfetti, diventa un adolescente” – scrive il poeta Alden Nowlan, citato in Dammi la mano (Binni).

Tra i Tipitondi che si affacciano su questo orizzonte, alcuni hanno il garbo e la forza dei romanzi di Chambers, ad esempio La memoria dell’acqua (Reynes e Vernay), Non sei mica il mondo (Geffray) e il già nominato Dammi la mano. Più spiccato l’accento drammatico de La tristezza dell’elefante (Antona e Jacqmin) e Viktoria (Cardinali), mentre Sulla collina (Ferramosca e Gulma) tradisce un’ispirazione horror.

Invece in Amina e il vulcano (Binni) e Oltre il muro (Sandoval e Paquet) il dolore della crescita e l’orrore della realtà sono trasfigurati dal fantastico e dal grottesco, un po’ come accade nel film Il labirinto del fauno.

I Tipitondi non sono solo una collana di graphic novel. Sono tanti piccoli mondi che comunicano tra loro. Un microcosmo di rimandi a quelle storie e quei personaggi che hanno scolpito il nostro immaginario. Porte aperte verso nuove e vecchie realtà che i giovani lettori potranno affrontare e, chissà, rivoluzionare.

Mara Famularo

(Qui trovate il catalogo con tutti i titoli della collana Tipitondi)

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