Inkbooks incontra Roberta Marasco: l’intervista

Quest’oggi abbiamo fatto un viaggio – anche se solo con la fantasia – siamo a Roccamori, circondati dal profumo inebriante delle camelie, abbiamo una tazza fumante di tè… non ci resta altro da fare che aspettare la nostra ospite, Roberta Marasco, per fare quattro chiacchiere con lei. Oh, eccola!

Ciao Roberta, benvenuta su InkBooks e grazie per concederci quest’intervista! Iniziamo subito con la prima domanda: il tuo rapporto con la scrittura nasce in veste di traduttrice. In che momento e come mai hai sentito il bisogno di “far uscire” la tua voce?
Grazie a voi! Io credo che il bisogno di “far uscire” la mia voce, come dici giustamente tu, sia sempre stato lì, in agguato dietro la mia passione per le storie. Prima ho iniziato a studiare come si scrivevano le sceneggiature cinematografiche, per capire come funzionava la struttura narrativa di un film. Poi ho corretto bozze, fatto revisioni, letto manoscritti e infine sono arrivata a tradurre e poi a scrivere. Amo le storie, ogni tipo di storia, comprese quelle che ascolto sul treno. Quindi prima o poi era inevitabile che provassi a scriverne una.

I tuoi primi lavori, tra cui alcuni che ho avuto modo di leggere e recensire – “Le regole degli amori imperfetti”, “Le scarpe son desideri” e il racconto “Basta che sia amore”, facente parte della raccolta “Gli uomini preferiscono le befane” – editi da Emma Books in formato digitale, sono usciti sotto lo pseudonimo di Mara Roberti. Come mai questa scelta?
Lo pseudonimo per me è stato fondamentale, per sbloccarmi e iniziare a scrivere. Le prime storie erano molto romantiche e una parte di me continuava a stroncarle e a impedirmi di scrivere liberamente. Ero troppo esigente con me stessa, ero più editor che scrittrice, in un certo senso, mi correggevo ancora prima di aver terminato la frase. Usare uno pseudonimo è stato liberatorio, se non l’avessi fatto non so se sarei mai riuscita a scrivere un romanzo, confesso.

Vorrei soffermarmi su “Le regole degli amori imperfetti” e, passami il termine, la sua versione definitiva “Le regole del tè e dell’amore” (qui la nostra recensione). Perché hai deciso di riprendere in mano la storia e di ripubblicarla con il tuo vero nome?
Avevo già scritto e riscritto Le regole degli amori imperfetti diverse volte, prima di pubblicarlo con Emma Books. La versione iniziale era molto diversa e ci ho lavorato parecchio prima di avvicinarmi a quello che volevo dire davvero. Quando Tre60 ha comprato i diritti della storia mi hanno proposto di tornare a lavorarci e io ho accettato volentieri, in parte perché sentivo che quella storia aveva ancora qualcos’altro da dire (tanto che il numero di pagine è notevolmente aumentato) e in parte perché riscrivere mi piace forse perfino più di scrivere. Trovo che sia ancora più creativo della prima stesura. Amo smontare le storie e ricostruirle in modo diverso, cambiare di posto gli eventi, togliere qualche personaggio (qui ne ho fatti fuori ben due!), obbligarli a prendere decisioni diverse e stare a vedere che succede. Ho sempre la sensazione che quello che volevo dire davvero sia rimasto in disparte, per una sorta di pudore o per il timore che sia troppo fragile per occupare il centro della scena, e riscrivere mi aiuta ad avvicinarmici.
Una volta terminata la stesura ho capito che volevo firmarlo con il mio vero nome. Mara Roberti era stata una compagna di viaggio preziosa, ma non ne avevo più bisogno, volevo provare a viaggiare da sola.

Alcuni dei personaggi hanno acquisito spessore o, in altri casi, sono diventati maggiormente marginali. A cosa è stata dovuta questa scelta?
Lavorando su Elisa mi sono resa conto che alcuni personaggi non erano poi tanto indispensabili come mi era sembrato. Diego, la zia, erano figure che avevano un senso, ma che potevano anche scivolare nel passato senza che la storia ne risentisse poi troppo. Ho provato a eliminarli e ne ho avuto la conferma. Altre figure invece avevano bisogno di più spazio, secondo me. Fra tutte Daria e Renato. La loro storia mi era “rimasta nella penna”, in un certo senso, nella prima versione e avevo voglia di raccontarli e di conoscerli meglio. Così anche per Alba e in generale per le figure che conosciamo a Roccamori; in particolare mi ha divertita l’idea di conoscere le signore del giardino delle camelie anche da giovani, così com’erano trent’anni prima, e accostare le due versioni.

Il tè, in entrambe le versioni, ha un ruolo predominante, diventando quasi esso stesso uno dei protagonisti. Vuoi raccontarci come sia nata questa tua passione? Inoltre, ti va di svelarci quale sia il tuo preferito?
Non sono un’esperta di tè, premetto. Non lo ero prima di scrivere il libro e non lo sono neanche adesso. Tutto quello che so sul tè l’ho imparato durante la stesura del romanzo. Il tè mi sembrava perfetto per raccontare due mondi apparentemente inconciliabili, quello delle regole e quello del piacere. Il tè appartiene a entrambi e quindi si prestava a raccontare il percorso e il conflitto della protagonista. Ed era questo il tema che mi stava a cuore e che volevo esplorare. Il tè inoltre è fatto di incontri, e più lo conoscevo, più mi rendevo conto che era una metafora perfetta dell’amore.
Non ho un tè preferito, dipende dal periodo e dal momento. Ma amo il tè verde, soprattutto quello alla menta. Il Peonia bianca, che nella storia abbino a Daniele, è un altro tè che amo moltissimo, ma dev’essere davvero buono per riuscire a gustarlo, come forse succede con tutti i tè che non sono stati aromatizzati in qualche modo.

Per oggi ci fermiamo qui, ringraziamo Roberta e vi diamo appuntamento la prossima settimana, con la seconda parte dell’intervista.

Sara Bellodi

Precedente Leggere Esordienti: "Angeli, diavoli e zombie" di C.F. Zappulla Successivo In Wonderland: "Il buco nella rete", di Gastoni - Gobbi