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Intervista ad Alessandro Barbaglia, autore di La Locanda dell’Ultima Solitudine

Una delle piacevoli novità editoriali di inizio anno è sicuramente La locanda dell’Ultima Solitudine di Alessandro Barbaglia (edizioni Mondadori), che si è lasciato intervistare in esclusiva per Inkbooks. Eccovi la prima parte dell’intervista.

Benvenuto Alessandro Barbaglia. Stiamo dialogando con un giornalista, un organizzatore di eventi culturali, un libraio e infine uno scrittore.  Pur ancora giovanissimo, si può notare come il suo rapporto con il lettore sia ricco e multiforme. Ce ne vuole parlare?

Sono un libraio, e sono convinto che i librai facciano la cosa più bella del mondo: dal catalogo di tutte le storie d’amore, tutti i libri esistenti, scelgono le storie più giuste da consigliare agli innamorati adatti. Il libraio unisce storie d’amore a innamorati, qualcosa di straordinario. Anche gli scrittori lo fanno (e non c’è libro che non sia una storia d’amore). Credo che il mio rapporto con i lettori, insomma, sia un rapporto d’amore: amore per la scrittura, amore per le parole e amore per le storie.

Abbiamo detto che è giovane, ma ha già all’attivo cinque libri pubblicati. Dopo quattro libri di testi brevi e poetici approda al romanzo. Come mai questo cambio radicale di forma narrativa? Si tratta di evoluzione o di una nuova esigenza?

Radicale è parola che ha a che fare con le radici. Un cambio radicale, insomma, prevede uno sradicamento. Io invece credo che non sia accaduto così, credo che le radici radicate della mia scrittura siano rimaste le stesse, quelle dei racconti brevi, quelle delle piccole poesie fatte di giochi di parole, la differenza è che per il tramite di quelle radici è passata più linfa, non piccole stille capaci di condensarsi in testi piccini, ma molto più nutrimento. Ecco perché la storia è “ingrassata” e si è fatta romanzo, perché nutre tante vite, tanti protagonisti, tanti incontri. Non proprio un cambio, insomma, diciamo una fioritura. La pianta è quella, ora sembra più grande perché è in fiore.

Il titolo del romanzo, La locanda dell’Ultima Solitudine, è una sorta di suo manifesto. È lieve, poetico e pregno di giochi di parole. A mio avviso è un bel titolo, ma è anche impegnativo. Non ha avuto paura di affascinare troppo il lettore e di creare in lui enormi aspettative?

Il titolo è sempre un azzardo, ha ragione, ma a questo titolo io sono molto affezionato. La Locanda, magnete di destini, si chiama proprio “L’Ultima Solitudine”, ed ecco che intitolare il libro “La locanda” sarebbe stato un po’ poco, chiamarlo “L’Ultima Solitudine” sarebbe parso troppo grave, l’unione delle due cose mi pare un buon equilibrio. Che cos’è l’Ultima Solitudine e che aspettative crea? E’ il punto, e il momento, in cui si smette di sentirsi soli. Non perché si incontri necessariamente qualcuno, alla Locanda, ma perché lì ci si accorge di essere in compagnia del mare, del cielo e della propria solitudine. Un’aspettativa enorme, io lo capisco. Ma cosa vogliamo fare, vivere sempre di aspettative piccine?

Il punto centrale del suo romanzo è la Locanda dell’Ultima Solitudine. Una locanda dove possono cenare solo due commensali a Punta Chiappa, posto bellissimo all’interno di una riserva naturale ligure. È un modo per dire che la solitudine è bella oppure semplicemente che la bellezza aiuta a superare la solitudine tra due persone o c’è dell’altro?

La domanda è molto bella e complessa. Proviamo a smontarla, e a rispondere. Il luogo più bello del mondo è quello in cui abita la bellezza. E curiosamente la bellezza è un concetto solitario. Non perché non ci siano bellezze oggettive e colossali, ma perché la comprensione della bellezza è un processo che ci tocca fare tutto da soli. Ecco che l’ultima solitudine è il luogo in cui capiamo la bellezza e la bellezza è un processo solitario e intimo. Punta Chiappa è un luogo fatto di luce. Di cielo e di mare. Ed è in una riserva, un luogo riservato, insomma, come lo sono i luoghi solitari. La solitudine non è bella, è un’occasione. Di bellezza, di silenzio, di distanza. Certo è anche fatta di gelo e smarrimento. E’ per questa che la solitudine non va lasciata sola, bisogna viverla, farle compagnia, prendersi cura di lei. E allora sarà una compagna piena di luce. Spazio e silenzio.

Per ora grazie Alessandro,  ci rincontreremo a breve per la seconda parte dell’intervista.

Alessio Bottrighi