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Recensioni

Recensione: Giobbe, di Joseph Roth

Forse alle benedizioni occorre un tempo maggiore per realizzarsi che alle maledizioni.

C’era una volta Giobbe. Egli era un uomo timorato di Dio ma perseguitato da Satana. La sua vita era costellata da perdite e dure prove, sembrava che qualunque cosa costruisse fosse destinata a crollare. Eppure egli non cessava di credere in Dio, sopportando tutto con estrema pazienza senza bestemmiarlo mai. Alla fine, l’Altissimo lo ha ricompensato abbondantemente.
A questa storia esemplare narrata nella Bibbia si ispirò Joseph Roth, giornalista e scrittore austriaco: nel 1930 pubblicò Giobbe, romanzo di un uomo semplice.

rothGiobbe è una metafora della vita assolutamente laica, anche se Mendel Singer, il protagonista, è un devoto “comunissimo ebreo”. All’inizio della storia è un insegnante trentenne sposato con Deborah, una donna che non perde occasione di lamentarsi e guardare gli altri con un po’ di malanimo, perennemente infelice e insoddisfatta.

Occhieggiava la proprietà dei benestanti e invidiava i guadagni della gene di commercio. Era troppo tapino Mendel Singer ai suoi occhi. Gli rimproverava i bambini, la gravidanza, il carovita, i bassi onorari e spesso perfino il brutto tempo.

Hanno due maschietti e una bambina, l’unica che sa sciogliere il padre, oltre a un quarto figlio in arrivo. La vita avanza piatta, Mendel conosce i limiti della propria condizione e sa di non avere molte possibilità di salire la scala sociale. Così si accontenta e conduce un’esistenza con fede e rispetto, esattamente come Giobbe. E come il patriarca biblico, Mendel subirà una serie di lutti e disgrazie. Prima a Zuchnov (russa prima della guerra e poi polacca) e poi negli Stati Uniti, dove emigra come tanti, sperando in un riscatto che non arriva mai.
Più che nelle vicende, troviamo che due coniugi e il loro diverso approccio alla vita siano il cuore del romanzo. Deborah è una madre e una moglie, forse è questo a renderla così carnale nel suo modo di vivere, così terrena e anche materiale. Per quanto abbia fede, capisce che il suo Dio è troppo lontano per curarsi delle piccole questioni e quindi deve rivolgersi ad altri o sbrigarsela da sé. È una donna estremamente realista, come quando si rende conto di non avere più un corpo tonico e giovane e che ormai la sessualità con suo marito è morta e sepolta.
Mendel, al contrario, che ha un rapporto diretto con Dio, ad un certo punto deve scontrarsi con questo amore a senso unico; la sua fede é autentica, incrollabile, eppure soffre, come un figlio che ama un padre senza esserne ricambiato fino in fondo. E questa tacita consapevolezza lo rende critico verso gli altri e verso se stesso.

Deborah dormiva tranquilla, mezzo scoperta, un largo sorriso sulla larga faccia. Che m’importa di lei? Pensava Mendel. Sta scritto che non è bene che l’uomo sia solo, e perciò viviamo insieme. Da tanto tempo ormai viviamo insieme, si trattava di vedere chi sarebbe morto prima. Probabilmente io, pensò Mendel. Lei è sana e ha pochi pensieri. Continua a nascondere il denaro sotto una qualche asse del pavimento. Non sa che è peccato. Che lo nasconda pure!

È proprio qui che Roth supera la storia biblica, parlando di una sofferenza così terrena, così forte da non poter essere contenuta. Quando si ha cieca fede in qualcosa o qualcuno che non ci dà tregua – e non sempre si tratta di un’entità spirituale! –, può sopraggiungere un momento di rottura esplicita e dolorosa.

Dio dice: ho punito Mendel Singer; di che cosa, lui, Dio, punisce? Perché non Lemmel, il macellaio? Perché non punisce Skowronnek? Perché non punisce Menkes? Solo Mendel punisce! Mendel ha la morte, Mendel ha la pazzia, Mendel ha la fame, tutti i doni di Dio ha Mendel. È finita, finita per Mendel Singer.

E più avanti, con dei suoi amici:

«…per più di sessant’anni sono stato pazzo, oggi non lo sono.»
«Dicci cosa vuoi bruciare!»
«Dio voglio bruciare.»

Dio voglio bruciare. Più che una bestemmia, ma quanto ardore, quanta disperazione, quanto di umano c’è in quelle tre parole! E infatti, proprio perché, in fondo, è un uomo che ha dato tanto, che non ha peccato ma si è solo concesso di lasciarsi andare alla disperazione, il piccolo maestro di Zuchnov viene ricompensato nel modo e nel momento meno aspettati, quando ormai non attende che la morte. Ecco, in questo Giobbe supera Giobbe: Mendel Singer è un uomo di questo tempo su cui Roth sa condurre una profonda indagine interiore.

Giobbe non il manuale del buon ebreo. Non è un libro che ci insegna ad aver fede e a rassegnarci in attesa di una ricompensa. È la storia del travaglio di ogni uomo, che offre molteplici spunti di riflessione sulla vita, sul matrimonio, sull’amore, sulla genitorialità. Non è moralistico, non è paternalistico, non è banale. Roth è capace di descrivere le scene facendo scorrere le immagini come fossero parti di un cortometraggio. Quanta delicatezza quando descrive gli stati d’animo, quanta raffinata attenzione nell’analisi del matrimonio, della mezza età, del dolore. In Giobbe l’uso delle parole è accurato e soppesato, non c’è niente di ridondante o inutile. Davvero un esempio di scrittura e poesia.

 Jay Perry

Titolo: Giobbe. Romanzo di un uomo semplice
Titolo originale: Hiob. Roman eines einfachen Mannes
Autore: Joseph Roth
Casa editrice: Adelphi
Prezzo: € 5,16
Pagine: 195