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Recensioni,  Un libro per ogni lettore

Recensione: “La civetta cieca”, di Sadeq Hedayat

I racconti sono solo un modo per sfuggire ai sogni disattesi, ai desideri che non si sono realizzati; e gli scrittori fabbricano storie secondo i loro orizzonti limitati, seguendo quanto ereditato dal passato.

Profumi evasivi, atmosfere ovattate, un sottofondo speziato e afoso, la circolarità di una trama che si avviluppa su se stessa, stringendo nella propria morsa d’inchiostro la vita del protagonista e le visioni che alla sua concretezza si confondono. L’esistenza ombrosa di un decoratore di portapenne prende forma nelle pagine di La civetta cieca, romanzo fondamentale per la storia della letteratura persiana moderna, opera di Sadeq Hedayat, che possiamo nuovamente leggere nella sua traduzione integrale di Anna Vanzan, grazie al curato lavoro di Carbonio editore.

Ciò che coglie il lettore, sin dalle prime pagine di questo romanzo breve, è la sensazione di entrare a piedi nudi all’interno di un sogno proibito, in un teatro onirico fatto di veli scuri e leggeri, nella mente inebriata e slegata di un visionario alla De Quincey. La voce narrante, infatti, è quanto di meno attendibile si possa incontrare: se inizialmente possiamo tendere a una sorta di empatica comprensione nei riguardi del persiano decoratore (il quale si presenta a noi con un incipit potentissimonella vita ci sono malanni che come la lebbra, nella solitudine, lentamente mordono l’anima fino a scarnificarla – che non può lasciare indifferenti), a mano a mano che si procede nella lettura non ci si può esimere dal domandarsi circa l’effettiva etica dell’uomo dal quale ci stiamo facendo intrattenere.

Le parole del narratore non sono affidabili, deviate sono le sue visioni, indiscernibili i confini tra sogno e realtà. E tali confini restano incerti anche nella struttura dei vari personaggi che prendono forma nell’avanzare delle pagine: uomini e donne che si trasformano, ombre che si spostano, voci che – ciclicamente – tornano a riempire di echi la memoria presente e i ricordi passati del protagonista, confondendo lui stesso ma, al contempo, anche noi lettori, lasciandoci in balia di una confusione affascinante ammantata di sabbia e oppio. Un viaggio immaginifico che porta, infine, a svelare la sovrapposizione tra autore, narratore e simbolo: il decoratore, percependosi civetta (simbolo di nefasta sfortuna nella cultura persiana), infatti, ammetterà che forse anche la civetta ha una malattia che le procura pensieri simili ai miei. La mia ombra sul muro era esattamente quella di una civetta, curva e intenta a leggere ciò che scrivevo. E certo capiva bene i miei scritti, anzi, era l’unica a poterlo fare.

E, proprio con questa consapevolezza, anche a noi lettori viene data l’assoluzione nei confronti dell’affascinante incertezza che ha tenuto le nostre mani durante tutta la durata di questo viaggio nelle terre delle notti d’Oriente; un’assoluzione che ci consente di sentirci parte di questa storia che, come le numerose favole di Shahrazād, fa emergere la propria bellezza nel personale abbandono consapevole all’ignoto.

Il mio voto:

Matteo Zanini

Titolo: La civetta cieca
Titolo originale: Būf-e kūr
Autore: Sadeq Hedayat
Traduzione a cura di: Anna Vanzan
Pagine: 133
Casa editrice: Carbonio editore
Prezzo: € 14,50
Voto: 4/5 stelline