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Recensione: “La prima volta che il dolore mi salvò la vita”, di Jón Kalman Stefánsson

In un posto che avevo scordato tengo
la lametta del rasoio
il mio ultimo pensiero
sarai tu.

La poesia, come il racconto popolare, spiega nell’intimo la natura del pensiero di una tradizione. La poesia non rispetta le regole – come scrive lo stesso Jón Kalman Stefánsson – ma ne genera di nuove a ogni verso che l’inchiostro partorisce. Affrontare una silloge variegata e multiforme di un unico autore rappresenta un passaggio, il trasporto inevitabile che conduce, con lo strumento della parola e la carezza del pensiero, al cuore della sensibilità dell’artista, del poeta, dell’uomo.

Mi chiese
cosa avrei portato su un’isola deserta
una barca e te
risposi
e la barca la bruciamo sulla spiaggia
poi me ne andai
lasciandola lì
per tenermi il sogno.

La prima volta che il dolore mi salvò la vita” è un volume – edito Iperborea, collana Poesia – che raccoglie in sé i componimenti poetici scritti e firmati da Stefánsson nella cornice temporale che va dal 1988 al 1993 (a cui si aggiunge una breve coda di versi sparsi risalenti al 1994): “Con il porto d’armi per l’eternità”, “Dai reattori degli dei” e “Mi chiese cosa avrei portato con me su un’isola deserta” rappresentano, infatti, tre momenti ideali – ma, al contempo, anche concreti – della vita artistica dell’autore originario di Reykjavík e che possono risultare fascinosi e godibili anche da coloro che, generalmente, sono più avvezzi all’universo della prosa.

Avventure notturne
robe per principianti
qui
la solitudine ti scorta
in ogni sorso
e io non mi aspetto niente
solo un fumo più denso
e il jazzista
che dà fiato al buio.

Perché “La prima volta che il dolore mi salvò la vita” si può leggere e intendere come il passaggio incantato in una foresta innevata, nella galleria impreziosita di una mostra dell’umanità, nel sentire che sempre connette l’animo alla concretezza. E credo non possa esistere un’intenzione migliore di questa nell’approccio a un testo che trascina nelle lande islandesi e, insieme, nella visione di Stefánsson che, con la sua penna, dopo un’intera giornata di elucubrazione e tentativo, ci porge le sue poesie – che noi, come lui stesso scrive – possiamo davvero leggere in soli trenta secondi; e potrà essere in questo lasso di tempo, così breve eppure così necessario, che i versi e le parole riusciranno a suggerirci un modo diverso per guardare il mondo.

Non ricordo il motivo
ma avevo deciso
di porre fine alla mia vita nel fosso
sotto la fattoria
quella sera la radio annunciò
la morte di Elvis Presley
fu la prima volta
che il dolore mi salvò la vita.

Il mio voto:

Matteo Zanini

Titolo: La prima volta che il dolore mi salvò la vita
Titolo originale: Þetta voru bestu ár ævi minnar, enda man ég ekkert eftir Þeim
Autore: Jón Kalman Stefánsson
Casa editrice: Iperborea
Prezzo: € 17,50
Pagine: 285 - testo originale a fronte

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