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Recensione: “Il silenzio di Atalanta”, di Kirsten Sundberg Lunstrum

Quante cose esistono lontano dagli occhi di chi dà nomi alle cose.

La parola è fondativa, la parola è una radice che ci permette di svilupparci, di avere rapporti e di costruirci un mondo. Il silenzio di Atalanta, opera di Kirsten Sundberg Lunstrum – ed. NNEditore – non è soltanto un mystery ambientato a Seattle negli anni ‘50 che ha per protagoniste Bernadette (una studiosa del linguaggio) e sua figlia Willie. Questo romanzo, infatti, affronta visceralmente il potere della parola e il potere del femminile. La parola è un dono e, insieme, un potere enorme: da essa derivano la creazione delle storie, delle connessioni, dei rapporti e dei legami. Nella sua eternità giace l’esperienza che ne si può trarre: il linguaggio ci consente di costruirci, di separarci da quella che è stata la nostra origine ed entrare appieno all’interno di un percorso solo nostro. L’alfabeto è generativo, è femminile.

Le storie fanno parte dell’attitudine a socializzare propria di tutti gli esseri umani. Come fai a sapere chi sei, e chi sono gli altri? Dove sei stato, e qual è il tuo posto nel mondo? Le storie sono relazioni. Le storie sono significato.

L’autrice, nel corso della narrazione, ricorre spesso all’ausilio della mitologia, citando personaggi e situazioni del mito e, soprattutto, sfruttandone il valore educativo: la mitologia spiega la radice, cura il nostro seme, l’origine; in tal senso, Bernadette utilizzerà il mito in maniera ironica per spiegare le cose agli uomini – che hanno bisogno delle favole per capire le cose – e per rivendicare le posizioni ricoperte dalle donne, screditate da un contesto culturale machista e svilente. I personaggi maschili de Il silenzio di Atalanta sono quasi tutti uomini inconsapevolmente terrorizzati dal valore del femminile.

Il femminile permea e si enfatizza ancor più nel rapporto viscerale, puro e fondativo esistente tra Bernadette e Willie – tra madre e figlia –, due donne abbandonate (da Fred, che purtroppo nella storia farà ritorno!) e costrette a ricostruirsi, a crearsi un linguaggio che fosse soltanto il loro per potersi capire. Un meccanismo che la protagonista reitererà dopo il suo incontro con Atalanta, la ragazzina muta trovata nel cuore della foresta – e che dà il titolo al romanzo nella traduzione italiana di Clara Nubile. L’accostamento tra Bernadette e Atalanta proseguirà nell’animalesco: entrambe saranno paragonate e avvicinate al regno animale – entrambe diffidano, entrambe proteggono, entrambe ringhiano.

Bernadette dava i nomi al mondo per Willie. Iniziò a raccontare le loro giornate ad alta voce. […] Scandiva le loro giornate con le parole, e così il tempo andava avanti.

E sullo sfondo abbiamo un’isola – Elita – abitata da esiliati coscienti: dei prescelti, una comunità con un linguaggio e dei silenzi propri con cui proteggono i segreti della storia della loro terra. Soltanto grazie al femminile, gli isolani torneranno ad acquisire una sorta di umana sensibilità: la solidarietà tra donne donerà fiori nuovi alle piante, metterà pace nel passato.

Annota ciò che ha appena detto, anche se a essere importante è quello che non ha detto: che voleva andarsene dalla proprietà di famiglia, dall’isola. Che si considera un individuo ed è pronto a fare ciò che deve, persino a incrinare le aspettative della famiglia, per definirsi in maniera indipendente da loro.

Il mio voto:

Matteo Zanini

Titolo: Il silenzio di Atalanta
Titolo originale: Elita
Autore: Kirsten Sundberg Lunstrum
Casa editrice: NNEditore
Prezzo: € 19.00
Pagine: 366
ISBN: 9791255751397

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